Come in un giorno qualunque
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Difficile da dimenticare il Natale del 1975… Mi trovavo a Parigi, in un piccolo e non troppo pulito hotel in Rue des Petites Écuries, vicino a Porte Saint-Denis. Ero sbarcato da pochi giorni e non mi andava di passare il Natale in famiglia; anche perché non avevo ancora elaborato il viaggio in Africa che si era concluso pochi mesi prima.
Il 23 Dicembre di quell’anno, spinto da uno dei tanti demoni che mi scorrazzavano nella mente, avevo infilato quattro indumenti nello zaino ed ero salito sul treno per Parigi.
La poesia che segue l’ho scritta la sera del Natale di quell’anno.
25 Dicembre (Parigi 1975)
Il sole si è levato come in un giorno qualunque
e anche gli uccelli cantano
e le acque scorrono
come in un giorno qualunque.
Gli uomini uccidono
come in un giorno qualunque
i fiori sono recisi da mani esperte per adornare chiese e salotti
mentre un bambino muore di fame
come in un giorno qualunque.
Il mondo è in festa e tutti cantano lodi e fanno promesse
perché è un giorno speciale
i baci e gli abbracci poi non si contano
perché tutti si sentono buoni e redenti
in questo giorno speciale.
Viene la sera
le strade sono sporche di allegri festoni colorati
un gatto muore schiacciato da un auto che non può rallentare
perché troppa è la gioia
troppa la fretta di andare alla festa dove trionfano pace e bontà.
Un cane randagio urla alla luna la fame che ha in corpo
e mentre sazio il mondo si riposa
la notte confonde i sospiri d’amore
con i lamenti di chi muore senza un perché.
Nel vino e nei canti sguaiati
si spengono infine le luci
che ingoiano gli ultimi attimi di un giorno speciale
come se fossero i soliti miseri resti
di un giorno qualunque.
Merry Fucking Christmas
Quand’ero giovane, mi capitava d’incontrare dei pensionati seduti sulle panchine del lungomare che sembravano intenti a osservare le auto in transito sulla via Aurelia. Li guardavo di sfuggita, attento a non incrociare il loro sguardo, perché una sorta di pudore reverenziale m’imponeva di non turbare la loro solitudine. Anche se li conoscevo, magari per averli incontrati insieme a mia madre e aver risposto al loro saluto, tiravo dritto fingendo di non averli riconosciuti. La verità è che quel loro sguardo fisso nel nulla, quell’assenza d’intento che leggevo nei loro occhi rassegnati all’ineluttabile deriva della vita verso la morte, m’incuteva un’angoscia che esorcizzavo allungando il passo… E mentre alzavo gli occhi al cielo, concentrandomi sul suono dei tacchi dei miei stivali che percuotevano il selciato, dicevo a me stesso che non sarei mai finito seduto su una panchina a guardare una vita che più non mi apparteneva e che , piuttosto, mi sarei tirato un colpo in testa.
Cosa c’entrano questi ricordi col fottuto Natale? “Tutto tutto, niente niente” come risponderebbe un famoso filosofo contemporaneo che di mestiere fa l’attore.
Ormai ci sono abituato a fronteggiare la sindrome depressiva delle feste natalizie e, surfando nella Rete (che Dio la benedica), ho scoperto di essere in buona e numerosa compagnia, per quanto riguarda il rifiuto di accondiscendere alla sconcia e ipocrita allegria che ci vorrebbe tutti buoni e felici a comando.
Vaffanculo Babbo Natale, non è solo quello che il cuore mi dice, ma anche il titolo di un post sul quale sono finito per caso. Non conosco l’autore del post, tale Zoppi, del quale ho apprezzato il fresco e sincero sentimento che ha ispirato il suo “Vaffanculo”, al quale mi associo con quel poco di anima che mi è rimasta.
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