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immagine scultore web…perché in quella dittatura di una maggioranza inconsapevole che ottusi e benpensanti si ostinano a chiamare democrazia, il consenso elettorale segue le stesse logiche di marketing dei prodotti e, come certo saprete, tutti i prodotti si vendono mediante la comunicazione piuttosto che per quello che realmente valgono o servono…

Il discorso con cui Albert Gordon equipara l’attuale democrazia mass-mediatica a una dittatura mascherata da maggioranza focalizza il fallimento dell’ideale politico più gettonato della storia. Le dittature di nome e di fatto che hanno ammorbato di cadaveri l’aria dalla notte dei tempi dicono siano ormai estinte: l’Europa, gli States e tutte le nazioni di cultura occidentale sbandierano istituzioni in apparenza democratiche, principi scritti col sangue nelle pagine delle Costituzioni che sanciscono il diritto dei cittadini a eleggere i propri rappresentanti.
Balle! Le dittature “di fatto”, le oligarchie se vogliamo chiamarle col loro nome, sono aumentate.
Ovunque nel mondo occidentale comandano le oligarchie finanziarie e, credo non vi siano dubbi a classificarle come associazioni a delinquere: a meno d’ignorare i trucchi semiologici della comunicazione, ci costringono ad appartenere alla “maggioranza inconsapevole” o essere parte attiva del Sistema, addestrati come cani inseguire la lepre del successo: abili manipolatori che con il senso e i significati della Democrazia ci si sciacquano i denti cariati dalle menzogne.
Che la Democrazia funzioni solo a parole? Come si spiegherebbero altrimenti le decisioni e le azioni di chi governa, che non mi pare rappresentino gli interessi della maggioranza. Non posso credere che gli italiani siano così coglioni e autolesionisti da eleggere consapevolmente i peggiori. Una volta passi, tutti hanno diritto a un abbaglio, ma è da più di mezzo secolo che con la Costituzione più bella e democratica del mondo lo mettono in quel posto agli elettori.
Vuoi vedere che la ragione del giovane Albert sta in quell’aggettivo che squalifica la maggioranza? Già, perché se una testa vale un voto e il voto implica una scelta, quando la testa non è consapevole della scelta che sta facendo il voto finisce tra le grinfie del venditore di pentole più abile o disonesto.
La prova del nove, come si diceva quando i conti si facevano a mente, l’ha fornita il Movimento 5 Stelle, quell’infantile e allegra macchina da guerra messa in campo dal marketing della Casaleggio&Grillo. L’exploit di consenso è stato notevole, impressionante, ma non dimentichiamo che l’onda del movimento si è innalzata grazie ai bassi fondali dell’esasperazione piuttosto che per meriti politici: per quanto gioioso e lecito sia stato lo spirito che pervadeva la piazza, non credo che accordare il consenso al Vaffanculo Globale rifletta particolari meriti, meno che mai apprezzabili tensioni speculative. Dei quasi otto milioni d’italiani che l’hanno votato, quanti lo avevano fatto conoscendo il programma del Movimento?
Peccato però, per un po’ eravamo tornati a sognare…Uno vale uno
Raul LeonEcco, a inizio frase, mascherato dall’alibi della maiuscola obbligatoria, l’Uno riesce a giustificare la diversa importanza della prima vocale; ma è un dettaglio dicono gli esperti, considerarlo importante è solo un sofisma che non cambia il perfetto equilibrio dell’equazione originale della Democrazia.
Balla al quadrato! Perché non è solo la base a essere falsa: di fatto, l’Uno che vota nell’aula del Parlamento rappresenta i Molti voti degli elettori; e poi, chi ha il coraggio di affermare che un “Razzi” e la compianta Margherita Hack meritino uguali diritti politici, a cominciare dal rispetto verso le scelte che hanno fatto e come le hanno vissute. Però il valore di un voto elettorale è “altro”, dicono sempre gli esperti. Sarà pure altro, ma spieghino allora perché mai i valori umani e sociali di una persona non dovrebbero riflettersi sul peso delle sue opinioni e quindi sul voto?
Dubito che qualcuno riuscirà a convincermi del diritto illimitato a votare, e meno che mai a dimostrare l’equivalenza di valore dei voti. La cittadinanza e la maggiore età (anagrafica) non sono sufficienti a garantire un corpo elettorale adeguato all’esercizio del voto; dovrebbe essere dimostrata la capacità di valutare oltre a quelle d’intendere (?) e di volere: missione impossibile con l’attuale sistema cartaceo, ma fattibile col voto telematico, come avviene già per l’accesso alle specializzazioni in medicina. Trucchi e imbrogli? Saranno sempre meno dei voti comprati o estorti con l’inganno mediatico.
Se non fosse possibile qualificare il diritto di voto, si potrebbe almeno cercare di ponderarne il valore: uno vale per ciò che uno è, non a prescindere, perché l’umanità non si è evoluta in modo omogeneo e nemmeno l’intelligenza lo è in tutte le sue declinazioni: razionale, empatica, spirituale, sociale, storica. Forse è proprio l’Intelligenza l’unica sintesi capace di pesare la capacità di giudizio. A rigore di logica, non potremmo accettare l’equivalenza di valore degli esseri umani, altrimenti dovremmo cassare dal vocabolario una vagonata di aggettivi, che la dicono lunga su come a parole, ma sopratutto nei fatti consideriamo il “valore” nostro e degli altri.

Il peccato originale della democrazia è in quell’uno vale uno che sancisce la parità di diritti ma non dei doveri civili, politici, primo tra tutti la conoscenza del funzionamento dello Stato, ma anche l’anamnesi politica e sociale dei candidati sarebbe utile analizzare, perché se non mi sforzo di capire per cosa e per chi sto votando, o se del voto ne faccio strumento di clientela, la mia scelta non può e non deve valere quanto quella espressa in tutta onestà e consapevolezza. Troppo difficile? Complicato? Mica vero, provate a valutare lo studio necessario per prendere la patente automobilistica, e non venite a dirmi che un automobilista può fare più danni di un politico…
Sulla carta sembrerebbe una buona idea quella di pesare la qualità degli elettori, peccato che in una Repubblica Ballamentare come la nostra sia incostituzionale assegnare dei ponderali ai voti, benché da un punto di vista tecnico sia attuabile, seppure con un accettabile margine di approssimazione.
Casaleggio&Grillo c’erano quasi riusciti, non dico a emendare la democrazia dal peccato originale, ma perlomeno a costruire qualcosa di nuovo nella giusta direzione. Programma politico a parte, che in gran parte condivido, l’utilizzo della rete come canale di comunicazione, discussione e scelte politiche è stata un’intuizione pregevole, e avrebbe funzionato senza la caramella per bambini incazzati dell’uno vale uno, che è figlia della stessa markettara che ha partorito il “Meno tasse per tutti”: utopia, nell’ipotesi più benevola, o strategia di marketing per inchiappettare gli ingenui e far ingrassare i fradici. Forse tra un centinaio di anni sarà possibile una riduzione indifferenziata delle imposte: nel mondo immaginario di Albert Gordon i frigoriferi si riempono da soli e gratis, ma per come stanno e vanno le cose adesso, se i markettari fossero onesti dovrebbero specificarlo che certi slogan sono da intendersi per un lontano futuro.

Meno marketing e più filosofia
Se invece di preoccuparsi di quello che avrebbero pensato, detto e fatto i pentastellati parlamentari con i calzoncini corti, C&G si concentrassero sulla realizzazione di un sistema di valutazione delle idee e delle scelte del Movimento, magari utilizzando diversi livelli di valore nell’attribuire peso alle opinioni e ai voti, forse si eviterebbero le tragicomiche tirate di trecce e bacchettate sulle mani che mortificano lo spirito del Movimento.
knowledge fruits Sono quasi certo che in ciò che ho scritto qualcuno ravviserà l’apologia dell’Aristocrazia. In effetti, attenendomi al significato originario del termine, riconosco nel “governo dei migliori” il modello ideale di gestione del potere; a condizione che gli “Aristocratici” siano qualificati da conoscenza e competenza acquisite, non certo da un titolo ereditato o comprato al mercato delle vacche. Anche in questo caso le truffe e gli imbrogli sarebbero sempre possibili, ma infinitamente minori di quelli connaturati alla falsa e ipocrita equazione del democratico uno vale uno.
E poi, siamo seri, anzi giusti: il peso dell’opinione o del voto di chi si è iscritto ma non partecipa attivamente ai lavori, non può e non deve valere quanto quello di chi è impegnato politicamente sul territorio.
A prescindere dalla grossa supposta verità divina del “Siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi diritti”, nella realtà le persone sono fortemente differenziate dal loro vissuto, che non potrà non riflettersi nella gestione della res publica, perché sottovento alle parole e ai sacri principi fanno vela le scelte, le azioni, i comportamenti egoistici e quelli ispirati dal senso del diritto che è un attributo della coscienza, non un’eredità genetica.
Cos’altro dire a chi sceglie di rimanere ottusamente abbarbicato alle mura d’idiozie che impediscono una chiara visione della realtà?
Siamo tutti fratelli e sorelle uguali sul piano umano, è vero, ma se ti frega poco o niente di eleggere banditi e parolai almeno astieniti dal votare, così sarai meritevole di non aver fatto danni.
Se invece comincia a bruciarti e sei perplesso dal non ricordare come possa essere accaduto, prova a riconsiderare quello che i nostri avi dissero d’aver rubato nel giardino del loro Dio, perché temo abbiano confuso l’albero della conoscenza con un banano.