Gli afrodisiaci del futuro
[…] Lei annuì e mentre Roger le dava le spalle, armeggiando con delle stoviglie e un bollitore a microonde che sembravano usciti da un museo, Cindy ebbe l’opportunità di apprezzare il fisico slanciato dell’uomo. Da quando lo aveva rivisto sulla porta di casa aveva desiderato il contatto fisico con lui. Per Cindy, quella del desiderio fisico stimolato da un essere umano “non professionista”, era una sensazione che aveva cominciato a farsi apprezzabile solo nel corso dell’ultimo anno. Prima di essere disattivata, Cindy faceva regolare uso di Strawbex, una fragola succosa e dolcissima, che generava degli orgasmi modulati in
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Rosso scuro quasi nero
Nel novembre del 2008, pochi giorni dopo essere tornato dall’Assemblea nazionale delle Sezioni Soci Coop, feci un sogno tanto breve quanto intenso.
Mi trovavo in alto, forse sulla sommità di una collina e ammiravo stupito un’immensa distesa di sabbia disseminata di piramidi simili a quelle egizie: erano tutte uguali, nere e scintillanti come gioielli di ossidiana che brillavano nel sole di mezzogiorno; tutte uguali tranne una che sembrava avere la base di un colore rosso acceso, che si manteneva tale fino a metà altezza per poi scurire verso l’alto fino a divenire quasi nero. Nel sogno, mi stavo chiedendo cosa potessero essere quelle piramidi quando ero stato svegliato dal profumo del caffè…
In quel periodo collaboravo con la Coop 25 Aprile di Carini come consulente direzionale e del sogno me ne dimenticai, preso com’ero dall’affrontare una quantità incredibile di problemi che affliggevano la Cooperativa e che rischiavano di farla chiudere. Dovevo essere molto sotto stress per dimenticarmi di un sogno che, per quanto breve, era certamente della categoria Theta: quel tipo di sogni che la scienza definisce “Sogni lucidi” e che ho iniziato a studiare e sperimentare nel 1975. Solo qualche mese più tardi compresi il significato di quel sogno e le ricadute che avrebbe avuto sulla mia storia personale.
Rosso scuro quasi nero è il titolo del racconto che sto scrivendo e che pubblicherò nella raccolta I calzini del Cardinale e altri racconti che sto riesumando dai miei appunti. Questo racconto, che sarà possibile leggere in anteprima sul sito, è la storia della mia collaborazione con la Coop, e non è frutto della fantasia ma il ricordo della cronaca di quegli anni.
I fantasmi della Palude
Cosa succede quando le coordinate dell’essere e del fare si confondono e persiste il dubbio sulla rotta da seguire?
Una scuola di pensiero suggerisce di buttare a mare tutto quello che c’è sottocoperta (nel cuore, per chi preferisce la mortadella alle metafore) e fare vela per la foce di quel fiume che scorre nel profondo dell’anima. So che risalire quel fiume mi porterà lontano, indietro nel tempo e nello spazio; so che tornerò nei luoghi che non sono più un dove ma il quando di ciò che sono stato, e che incontrerò le istanze delle persone che condividevano con me quel presente. Mi rivedrò com’ero, ricorderò i pensieri che facevo e gli umori che rendevano dolci o amare le mie giornate; ciò che sono stato. So anche che accadrà quello che più temo: incontrare tutti gli IO nei quali ho creduto e dei quali pensavo di aver perso il ricordo, che si aggirano ancora come fantasmi nella sentina dell’anima; in quella palude dove giacciono insepolte a marcire le spoglie dei sogni infranti dalla realtà, abbandonati dalla ragione lungo i bordi dei campi come soldati feriti. La ragione, questa crudele matrigna che non può curarsi dei tanti figli dell’anima caduti in battaglia perché non c’è tempo: si deve preparare la prossima offensiva contro il destino e servono truppe giovani, fresche e abbastanza ingenue da rispondere al primo squillo della tromba; la ragione ha sempre bisogno di nuovi sogni che le forniscano l’energia necessaria a tessere le sue trame e li chiede all’anima. E quella sciagurata, invece di tenersi stretti i suoi figli più cari glieli affida; perché l’anima non sa dire di no, e quando la ragione chiede ancora e ancora sogni da mandare al macello in trincea, l’anima cerca un pensiero che la fecondi per partorine di nuovi.
Quando le coordinate dell’essere e del fare si confondono, è perché le stelle sono troppe e la notte troppo silenziosa per non udire i lamenti di quei fantasmi che chiedono una degna sepoltura.
Ricordi d’altri tempi che hanno generato l’idea di cui sono figlio.
No comment
Mi hanno chiesto qual’è la mia posizione politica e ho risposto come avrebbe fatto la regina Elisabetta. Continua a leggere >>
La differenza è che sua maestà non può che rispondere: “No comment”, mentre io scelgo di farlo perché non ho tempo da perdere. Gli amanti delle pippe (io per primo), direbbero che non assumere una posizione politica equivale comunque ad assumerla, perché così facendo si favorisce chi detiene il potere. Gli amanti delle pippe hanno ragione, ma solo se si tratta di una sveltina. I veri professionisti della pippa, quelli che amano la navigazione lenta, non si accontentano dei proverbiali quattro colpi e
Tra me e me (1)
Palermo 22 dicembre 2010
Non pensavo che potesse accadere. Lo conosco da più di trentacinque anni e mi ero abituato a considerarlo solo una presenza, non sempre gradita, che prendeva il mio posto quando ero troppo stanco per reggere il mare.
Qualcosa è cambiato. Non so cosa e nemmeno perché, anche se sono determinato a scoprirlo.
Non è più solo una presenza: Lui è diventato un soggetto dotato di libero arbitrio che scrive delle storie; le mie storie, e la novità, rispetto a ieri, è che lo fa senza chiedere il permesso di renderle note agli altri.
È andata così ma ne riparleremo.
Non c’è altro di cui parlare. Piaccia, oppure no, le cose accadono e tutti i ma e i perché di questo mondo non servono a cambiarle. Non c’è niente da capire, amico mio, e non dipende dalla vecchiaia ma da quello che ci differenzia: io ho molte cose da raccontare e la voglia di farlo; Tu, invece,
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Fipsica
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Nel 2001, credo fosse intorno alla metà di Luglio, me ne stavo seduto su un muretto a pochi passi dal mare a godermi lo spettacolo del sole che tramontava. Sulla costa di Marina di Cinisi, quando per tutto il giorno ha soffiato una termica tesa da Levante, si forma una leggera foschia causata dai frangenti che hanno imbiancato il mare per tutto il giorno e si ha la sensazione di respirarne il sapore. L’appuntamento col tramonto, in quelle occasioni, non era solo per ammirare le evoluzioni cromatiche del cielo e del mare, ma anche il mezzo per entrare in quel particolare stato
Credevo fosse… e invece…
Caro anonimo,
dici bene quando affermi che il confine tra una percezione e una convinzione è molto sottile: a volte è così sottile che il peso dell’ombra di un pensiero è sufficiente a far pendere la bilancia.
Nel caso di “un’affinità elettiva” della quale “adesso resta poco se non nulla”, come scrivi, mi sorge il dubbio che le conclusioni a cui sei giunto risentano di un errore di elaborazione.
Prima di entrare nel merito, ti premetto che quanto scriverò rappresenta le convinzioni maturate elaborando le mie personali esperienze; quindi, è possibile che siano completamente inadeguate rispetto alla tua storia. Va da sé che, come tutte le convinzioni, potrebbero essere approssimate o anche errate.
A mio parere (e questa premessa vale per tutte le affermazioni che farò) non servono maggiori dettagli per verificare il più comune tra gli errori che si commettono nel processo di elaborazione, perché i comportamenti che sostanziano le relazioni umane sono i più difficili da classificare e valutare. La prima e più importante classificazione riguarda la “natura” da cui si è formato il pensiero di aver incontrato una affinità elettiva con qualcuno: natura percettiva o cognitiva.
Ti faccio un esempio molto semplice: due persone si “sentono” percettivamente affini, quando guardandosi negli occhi generano reciprocamente e sincronicamente la stessa emozione. Possono invece “scoprirsi” cognitivamente affini, per la coincidenza di un elevato numero di convinzioni o per i gradi bussola della loro rotta.
Quando avevo meno chili e più ormoni, mi è capitato di “percepire” in altre persone il mio stesso sentire; per scoprire poi in seguito, che si era trattato di una mia attribuzione arbitraria, causata dal forte campo gravitazionale di quelle persone verso le quali mi sentivo irresistibilmente attratto. Sarebbe stato tutto molto bello e molto semplice se l’altro avesse provato i miei stessi sentimenti e, la mente, quando può, sceglie sempre il percorso più breve per chiudere un’elaborazione. Guarda il caso, il percorso più breve corrisponde sempre ai nostri desideri; e il gioco è fatto: l’ombra di un pensiero, come il consenso ricevuto dall’altro per qualcosa che ho detto o fatto, è sufficiente per convincermi di qualcosa che esiste solo nei miei desideri, nella mia mente.
Nell’analisi dell’elaborazione di un vissuto ho anteposto la classificazione alla valutazione perché è pregiudiziale alla correttezza della sintesi valoriale: le percezioni richiedono un approccio quantistico; al contrario dei pensieri, per i quali, un buon esercizio di tracciamento delle gerarchie causali è più che sufficiente per determinarne il valore.
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